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Frasi che mi accompagnano
:

Ho il culto delle cose
semplici. Sono l'ultimo
rifugio di uno spirito
complesso.
(Oscar Wilde)

Non l'Uomo ma gli
uomini abitano
questo pianeta. 
La pluralità è la
legge della terra.
(Hannah Arendt)

L'unica possibilità e
la condizione
pregiudiziale di
una ricostruzione
stanno proprio
in questo:
che una buona volta
le persone coscienti
ed oneste si
persuadano
che non è conforme
al vantaggio proprio
restare assenti dalla
vita politica e lasciare
quindi campo alle
rovinose esperienze
dei disonesti e  
degli avventurieri.
(Don Giuseppe Dossetti)

Ciò che noi facciamo
è una  goccia
nell'oceano, ma se
non lo facessimo
l'oceano avrebbe
una goccia in meno
(Madre Teresa di Calcutta)


Il problema degli
altri è uguale
al mio.
Sortirne insieme
è la politica.
Sortirne da soli
è l'avarizia.

(Don Lorenzo Milani)

L'autogiustificazione
è l'anticamera
della mediocrità
(Anonimo)


La regola della
politica non è
l'efficacia a
tutti i costi,
è la fecondità

(Maurice Merleau-Ponty)


Preferisco essere
un sognatore
fra i più umili, 
immaginando quel
che avverrà,
piuttosto
che essere signore
fra coloro che non
hanno sogni e
desideri
(Kahlil Gibran)

Alla lunga la vita

senza utopia
diventa irrespirabile
(Emile Cioran)

Alcuni uomini vedono

le cose come sono
e dicono:"Perchè?"
Io sogno le cose
come non sono
mai state e dico:
"Perchè no?"
(Bob Kennedy)


Un quadro che amo:




questo blog sostiene,
e non da oggi il...





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permalink | inviato da demopazzia il 14/5/2009 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
29 aprile 2009
C'è un' Italia nascosta fra i Fiori di Strada
 
C’è un Italia nascosta nelle strade delle nostre città, nelle nostre periferie urbane.
C’è un Italia nascosta anche se è sotto gli occhi di tutti. Anche se attira sguardi indiscreti, risate di adolescenti veri o di adulti che non hanno mai smesso di essere tali. Che suscita al più compatimenti a buon mercato. C’è un Italia nascosta fatta di donne costrette a vendere il proprio corpo come una merce qualunque, osservata, selezionata e comprata.

C’è un Italia nascosta e c’è una ipocrisia evidente. Quella di chi dice tronfio che è il mestiere più antico del mondo, quasi che in questo ci fosse un valore. Oppure di chi sibila in modo malcelato che, in fondo in fondo, se son lì è perché lo vogliono, insomma chi mette a posto la coscienza parlando di scelta. Certo il mondo variegato della prostituzione contiene pure chi liberamente sceglie una certa vita. Ma chi sta in strada tutte le notti , sotto la pioggia o il caldo torrido non sceglie mai. Non può scegliere, costretto con la forza fisica o psicologica alla schiavitù.

Ecco la parola impronunciabile, schiavitù. Non ci piace, non è politically correct, disturba anche le coscienze più ciniche. E allora parliamo genericamente di prostituzione, su quella alimentiamo dibattiti pubblici eterni con a tema il decoro urbano.., astraiamo il problema fino a farlo diventare un tema lontano, da salotto. E non ciò che in realtà è: cioè un universo di tanti e singoli problemi con volti, storie ed esperienze diverse. Parliamo di prostituzione ma il dramma che si consuma ogni notte nelle strade di questa Italia nascosta si chiama tratta di esseri umani.

Di questo si occupa Fiori di Strada, una onlus attiva sul territorio di Bologna, una delle tante magnifiche associazioni di un’altra Italia nascosta, che fa poco notizia. Fiori di Strada ogni notte, con una assiduità e una capillarità che fa la differenza, offre assistenza alle ragazze schiave delle nostre città. Assistenza sanitaria, legale, psicologica. Prossimità prima di tutto e quindi relazione.
Fiori di Strada non si occupa di prostituzione ma di persone. Non di un problema generale bensì di Julia, Mariana, Helena, Alina..
Di tutte e di ognuna.

Domenica notte sono uscito con una unità mobile di Fiori di Strada. Tre persone in un auto.
Ho passato 4 ore, non solo e non tanto a distribuire qualche bevanda calda, qualche panino e preservativi ma a parlare con tante ragazze a chiedere loro come stavano, se c’erano dei problemi e che nel caso dovevano sapere che Fiori di Strada poteva aiutarle.. In un attimo, una puttana diventa una persona. E comincia un viaggio che ti consente di scoprire ad ogni incontro una storia, un passato e un presente diversi. A scoprire che lo sfruttamento, la violenza fisica e psicologica non è sempre un qualcosa di manifesto, che possiamo comprendere con gli occhi. Talvolta è nascosto dietro mille sorrisi, dietro una gentilezza cui non si è abituati, dietro mille” tutto bene”.

Per capirlo è allora necessario mettersi in gioco, ascoltare anche il non detto, escludere qualsiasi preconcetto, creare fiducia, infondere coraggio.

Fiori di Strada fa questo ogni sera. Con un gruppo di volontari determinati a cambiare le cose. In tre anni Fiori di Strada ha liberato dalla schiavitù 58 ragazze. Ma credo che soprattutto abbia in grande merito di tenere viva una speranza nel cuore di molte ragazzze a volte neppure ventenni che la speranza hanno tutte le condizioni di perdere.

Chi come me dedica molto tempo della sua vita alla politica, è abituato a fare di tanti problemi singoli, di tante esperienze, il tema generale, di scovare fra mille racconti il problema, l’interesse collettivo. Ma talvolta questo processo, se non accompagnato dalla frequentazione della realtà, rischia di far perdere concretezza, di allontanare lo sguardo soggettivo sulle cose. Di fare di un tema generale un tema generico.

L’altra sera ho fatto l’esperienza contraria. Ho tradotto parole generiche e poco conosciute come prostituzione in storie, in persone in carne ed ossa, in sentimenti, in vita reale.

Un esperienza che rifarò e che consiglio di fare.

Per chi volesse informazioni su FIORI di STRADA onlus: www.fioridistrada.it

POLITICA
21 aprile 2009
LA MIA CANDIDATURA IN COMUNE
 

Avvicinare i cittadini al Comune, portando nelle stanze dei bottoni le voci inascoltate, iproblemi trascurati, le domande più complesse da formulare come i più piccoli problemi. Portare la vita dei cittadini attraverso una politica vicina, capace di riconoscere dietro alle scelte le facce, gli occhi e, perché no, le emozioni delle persone.

Mentre il mondo cambia, la città muta e la politica sembra qualcosa di lontano e inaffidabile, voglio ascoltare paure, dubbi e interrogativi, anche i più imbarazzanti, voglio mettere in rete competenze, creatività, innovazione. Voglio dar voce a un mondo un po’ nascosto, fatto di giovani professionisti, di mamme e di papà che costruiscono nuove famiglie, di lavoratori precari, di intelligenze fresche, di reti di solidarietà informali. Un mondo che ha in sé straordinarie potenzialità che possono uscire dalla sola sfera del privato, per dare un contributo decisivo al futuro della nostra città.

La sfida è grande, ma non la temo perché ho il coraggio, quasi l’ostinazione, di credere nella possibilità di costruire una società più giusta, più meritocratica, più attenta ai deboli e capace di favorire la piena cittadinanza.

Lo faccio nelle liste del Partito Democratico, un partito che vuole interpretare la società contemporanea e dare risposte alle tante domande inedite che oggi questa pone. Superando steccati, abbattendo muri. Insieme.

Mi candido quindi a essere il vostro rappresentante nel Consiglio Comunale di Bologna, dove voglio portare il contributo di un trentenne concreto che non rinuncia all’idea di “cambiare il mondo”, con una visione aggiornata di questo mondo, capace di ascoltare, mettere in rete, rielaborare e ponderare al meglio le proposte di governo della città che arriveranno da voi, per provare a costruire tutti assieme una città migliore.

Io scelgo Bologna, come la sceglie il mio candidato sindaco Flavio Delbono, perché amo questa città, con tutti i suoi splendori e tutte le sue contraddizioni, con tutte le sue paure e tutte le sue ambizioni e speranze da sostenere.. La amo perché mi ha cresciuto nell’abbraccio dei suoi portici, mi ha educato nei suoi nidi e nelle sue scuole, mi ha svezzato nella rumorosa allegria dei suoi campi di calcio e di basket e ancora oggi, solo a vederla così fiera e meravigliosa come “una vecchia signora…”, mi sa rincuorare.

Ma so che oggi non serve cedere alle nostalgie, non serve consolarsi con velleitari progetti di rinnovamento rivoluzionario. Basta cominciare ridando smalto alla voglia di partecipazione di tutti coloro che come me questa città la amano, anche se la sfida è - inutile nasconderlo - difficile in questo momento storico così complesso.

Ed è per questo che vi dico che io non voglio sapere di voi solo il 6 e 7 giugno, quando vi chiederò di scrivere “Luca Rizzo Nervo” nella scheda mettendo una croce sul simbolo PD.

Perché la campagna elettorale per me è davvero una splendida opportunità, un opportunità che vorrei vivere non in modo solitario e individuale ma comune. Voglio fare insieme, voglio fare comunità, e le occasioni per conoscerci non mancano: ci sono gli spazi virtuali di Facebook e del sito www.lucarizzonervo.it che a giorni sarà online, ci sono i tanti luoghi della città dove organizzerò incontri, dibattiti, confronti, feste, cene, per condividere idee di futuro.

Vi vorrei con me, ci state?

POLITICA
31 marzo 2009
INDIETRO NON SI TORNA
INDIETRO NON SI TORNA
Generazioni, progetti e responsabilità in rete
sabato 28 marzo 2008

La mia introduzione all'iniziativa


I motivi per cui, insieme ad alcuni amici, ho immaginato questa iniziativa sono fondamentalmente cinque e proverò brevemente ad illustrarli. Il primo motivo ce lo da il titolo: “Indietro non si torna”.
Non è una espressione di cocciutaggine, non è una dichiarazione auto celebrativa di una scelta come quella di dare vita al Partito Democratico. I partiti sono strumenti della buona politica, non possono diventare fini. Se non funzionano bisogna cambiarli, non rimanere attaccati per affetto, per abitudine o, peggio, per pigrizia. Quando in passato forse abbiamo indugiato nel conservare per affetto, per tradizione, la storia ci è passata davanti. Ma indietro non si torna è la constatazione di una necessità.
Di più. e' una scelta. una volta tanto chiara, netta, inequivocabile: le ragioni per cui abbiamo fatto il PD sono oggi ancora valide e, se è possibile, ancora più urgenti. Quella società del merito, della mobilità sociale, della coesione fra comunità, fra persone, tratteggiata quasi due anni fa al Lingotto di Torino è ancora un obiettivo attuale e irrealizzato. Oggi, ancor di più davanti all’incedere della crisi, vediamo una società chiusa, impaurita, rannicchiata intorno alle proprie piccole certezze, ai propri piccoli privilegi.
Noi, oggi come allora, abbiamo l’ambiziosa speranza di darle il coraggio del futuro.

Certo non è semplice. Certo in questo anno e mezzo abbiamo visto riprodursi troppo spesso ritardi, fatiche, ritualità di una vecchia politica. L’ambizione del progetto e la speranza che lo ha accompagnato sin dall’inizio ha fatto i conti con la realtà dura, con muri alti da abbattere. Di fronte a questo qualcuno potrebbe perdersi d’animo, qualcuno potrebbe pensare che l’ambizione non è alla nostra portata. E allora vi è il rischio di veder riemergere la nostalgia, vi è il rischio che qualcuno che qualcuno pensi che "si stava meglio quando si stava peggio", che evochi una mitica età dell’oro che starebbe alle nostre spalle, nelle storie politiche precedenti. Una evocazione però che, oltre ad essere assai discutibile da un punto di vista storiografico, è oggi inservibile. Non è nella nostalgia che possiamo trovare le soluzioni ai problemi che oggi ci troviamo di fronte. Anzi. Abbiamo fatto il PD perché consapevoli delle ristrettezze di quelle culture politiche rispetto alle sfide della modernità. I temi all’ordine del giorno della politica in questo anno e mezzo di vita del Pd ce lo dimostrano. Insomma abbiamo un compito assai più difficile che valorizzare tutte le diverse culture, magari citando Moro e Berlinguer o Dozza e Dossetti, alla cui evocazione affidiamo speranze taumaturgiche.. C’è da costruire una cultura politica nuova ed originale, dove trovino piena cittadinanza i valori che motivano da sempre la nostra azione politica. I valori non cambiano, la cultura politica in grado di dare rispose al proprio tempo invece sì.

Andare avanti dunque. ma è indubbio che il Partito Democratico dopo alcune “scoppole” elettorali e le dimissioni del segretario Veltroni ha bisogno di essere rilanciato. Per farlo è necessario rafforzare la coerenza, la coincidenza fra la parola innovazione, quasi un mantra all’interno del PD, e le scelte politiche, la coerenza fra la parola innovazione e i comportamenti personali e collettivi, la coerenza infine, ma non meno importante, fra la parola innovazione e le facce che la interpretano.
Per farlo è necessario un partito che abbia coraggio.

Il coraggio di non accontentarsi di un partito identitario che fa della preposizione "EX" la sua coperta di Linus sotto cui rifugiarsi nelle difficoltà. Il coraggio di fare un partito grande, popolare. Certamente radicato. Ma radicato nel 2009, non nel 1959. Capace di innovare le forme di una partecipazione ampia e non meno capillare, altrimenti in esaurimento. Agile, con luoghi per discutere e per decidere, non luoghi in cui discutere e altri, molto più angusti, dove decidere. Un partito con la pancia sul territorio. Capace di coglierne i cambiamenti. Perfino i cambiamenti d'umore. Che per fare questo valorizzi davvero l'esperienza degli amministratori capaci, di chi si è formato intorno ai problemi delle persone nella loro versione più concreta e impellente e che ha costruito una comune identità non chiedendosi "chi siamo?" ma "come risolviamo insieme questo problema?". Un partito che sta davvero, di nuovo dalla parte dei lavoratori e che nel farlo ha la capacità di dire con autorevolezza al sindacato che deve innovarsi e cambiare in modo radicale. Che parli di mobilità sociale, di trasparenza, di equità molto di più di quanto non parli di commissione di vigilanza RAI. Che non impieghi anni in discussioni concentriche su PSE sì o PSE no ma capace di riempire di modernità un riformismo europeo frammentato e con poca capacità di innovarsi.

Un partito utile. Un partito che comprenda che c'è un Paese che soffre. Per occuparci del PD, per dare senso ad un progetto riformista non possiamo parlare di noi ma dobbiamo parlare del Paese, dell’Europa, del mondo. Dobbiamo invertire l’ordine dei fattori e, una volta tanto, vedremo che il risultato cambierà. Dobbiamo portare l’Italia di oggi, con le sue paure, le sue fatiche ma anche le sue grandi opportunità dentro al Pd, al centro della sua iniziativa politica e non invece riempire l’Italia delle paure, delle titubanze, degli sguardi ombelicali del PD.

Questa nuova fase sotto la guida di Dario Franceschini sembra aver assunto questa priorità che deriva dal buon senso e i risultati cominciano a vedersi. In questo vi sta anche una risposta alla domanda che il Pd si è posto sin dalla sua fondazione, di come ricostruire un rapporto sano fra elettori e partiti. Qualche giorno fa ho letto un’intervista a Federica Mogherini in cui diceva che “se uno parla con la gente i sondaggi non aggiungono molto”. E’ vero. Eppure ne abbiamo abusato. Affidando ad essi una interpretazione della realtà che non riuscivamo a trarre dalla frequentazione della realtà.

Non mi serve ricorrere a Togliatti per dire che il Pd deve aderire alle pieghe della società. Basta il buon senso. L’agenda politica è chiara. Oggi vi sono praterie per chi volesse sperimentare la sua capacità di dare risposte nuove a problemi inediti. Ne cito tre: disoccupazione e precarietà,lotta fra poveri nell’esigibilità dei serviziche una presenza crescente di cittadini immigrati rischia di inasprire se non governata, i temi della vita e della morte legati al progresso scientifico e la conseguente declinazione non rituale, non banale della laicità. Praterie, lo ripeto, per un partito coraggioso che voglia esercitare la sua indole riformatrice.

Per realizzare questo partito, per rispondere alle domande nuove di una società complessa, parcellizzata, con bisogni crescenti e assai differenziati, per provare a corrispondere a quella grande ambizione che il PD ha messo in campo, c’è una generazione in politica (e non solo), che si è formata nella vita oltre che nella politica dopo il crollo del muro di Berlino, che ha fatto l’Erasmus avendo possibilità di confronto con il mondo inedite rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta, che ha conosciuto la tipicità dell’essere atipico nel mondo del lavoro, il precariato, che conosce la complessità di mettere su famiglia, non rinunciando alla piena realizzazione professionale di entrambi i coniugi. Una generazione che vive il Partito Democratico come il partito che sognava e non come l’ennesimo partito. Una generazione che è al servizio di questo progetto.
Che non chiede strapuntini per il solo fatto di essere giovane ma che vuole mettere al servizio del successo del PD un punto di vista della società aggiornato, un esperienza costruita attraverso percorsi e strumenti inediti, una capacità di fare rete che passa anche dal fatto di conoscere e sapere utilizzare un blog, un social network etc. Una generazione che non chiede posti ma responsabilità. Una generazione che non aspetta le cooptazioni derivanti dal fatto di essere seguaci di un nome proprio di persona fattosi corrente, ma in grado di rischiare tutto, di metterci la faccia, di accompagnare alla pensione chi vuole tornare indietro.

Il quinto e ultimo motivo per cui abbiamo immaginato questa iniziativa, è che per assumere questa responsabilità è necessario fare insieme. I progetti, le esperienze qualificate che molti di noi stanno facendo dentro e fuori dal PD, hanno senso se trovano un filo rosso comune. Vi è la necessità di non rimanere splendide monadi che appagano il proprio ego con iniziative, progetti bellissimi ma solitari. C’è bisogno ancora di unire il centro alla periferia. Non vi possono essere due partiti: uno a Roma e uno sui territori. Il Pd è un corpo solo ed è bene che la mano destra sappia ciò che sta facendo la sinistra e viceversa.

Ci siamo detti, anzi ci diciamo da anni con alcuni che avvertiamo il problema di costruire una rete di esperienze e responsabilità condivise. Bene. Non possiamo pensare che tocchi sempre a qualcun altro fare il primo passo Questa è una prima occasione, come tante altre che so si stanno organizzando in Italia, so che molti amici che oggi son qua sono spesso in giro per l’Italia, ma se non sarà l’inizio di una consuetudine sarà una volta di più inutile e velleitaria. Oggi più che mai c’è una responsabilità da esercitare insieme. In questo, senza alcuna piaggeria, molte speranze evoca la presenza di una mamma di 35 anni nella segreteria nazionale del partito. Ma non basta. Su come fare e fare insieme credo che oggi e vorrei dire, da oggi, si possa cominciare a ragionare.
POLITICA
19 marzo 2009
INDIETRO NON SI TORNA!!

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permalink | inviato da demopazzia il 19/3/2009 alle 19:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
7 marzo 2009
la proposta del F.R.E.D (dal sito di Merito ed Equità)

C'è una interessantissima proposta elaborata da Merito ed Equità, un think tank di giovani accademici, promosso dal Partito Democratico dell'Emilia Romagna, per allargare le tutele dopo la conclusione del rapporto di lavoro anche ai soggetti che oggi, per le dimensioni delle aziende in cui lavorano o perchè "atipici", non ne possono usufruire. Per questo nascerebbe il FRED ossia il Fondo Regionale dell'Emilia Romagna contro la Disooccupazione. L'idea del FRED uscita sul Corriere di Bologna di ieri, e ancor più l'idea di una forma di sostegno diretto al reddito (esattamente come la proposta di Franceschini a livello nazionale) al posto delle classiche "azioni" che si traducono in formazione e politiche industriali, sta facendo assai discutere a Bologna e in Emilia Romagna con pareri e valutazioni assai diversi.
Pubblico quindi dal blog di Merito ed Equità (
www.meritoequita.blogspot.com
)  un articolo che racconta la proposta per aprire il dibattito e squarciare il velo di ipocrisia che tiene nell'invisibilità migliaia di nuovi lavoratori che hanno come sola colpa quella di lavorare in una piccolissima azienda o di avere contratti a tempo determinato. Che sia la volta buona?

Ecco qua:

Fondo Regionale dell’Emilia Romagna contro la Disoccupazione (FRED)

La crisi economica sta colpendo duramente i lavoratori italiani. Il numero dei disoccupati aumenta e, in Italia, manca uno strumento universale di sostegno al reddito, cioè di tutti i disoccupati. Il nocciolo del problema è che, al momento, non tutti i lavoratori disoccupati per causa della crisi beneficeranno davvero di sostegno. Visto che a livello nazionale molto probabilmente non ci sarà una svolta nell’intervento governativo, la nostra regione ha un’occasione da non perdere: istituire un vero e proprio Fondo Regionale dell’Emilia Romagna contro la Disoccupazione (FRED) per tutelare indistintamente tutti, anche i precari, gli atipici e i lavoratori delle piccole e medie imprese. Non pensiamo ad un provvedimento emergenziale, ma ad uno strumento sostenibile in grado di produrre dinamiche virtuose nel mercato del lavoro dei prossimi decenni.

Perché questa regione può fare di più e meglio delle altre regioni? Innanzi tutto, l’Emilia-Romagna ha un’economia molto sviluppata, con un tasso di disoccupazione inferiore alle più ricche regione europee. Quindi la spesa per il sostegno dei disoccupati è sostenibile qui più che altrove. In secondo luogo, l’Accordo Governo-Regioni del 12 Febbraio scorso, che ha visto protagonista il Presidente Errani, mette a disposizione una somma considerevole (8 miliardi) proprio per gli ammortizzatori sociali. Una parte non ancora definita, ma comunque congrua di queste risorse andrà alla nostra regione (se fosse il 5% del totale sarebbero circa 400 milioni di Euro).L’accordo stanzia risorse, ma soprattutto non definisce i criteri di erogazione della spesa, delegandoli implicitamente alle regioni. Qui sta la sfida e l’opportunità. Il rischio, infatti, è di lasciare che il sistema faccia quel che ha sempre fatto: offra un sostegno al reddito di pochi, in forza di un sistema disorganico e inadeguato, ricorrendo agli ammortizzatori “in deroga”, cioè erogati a seguito di logiche politico-sindacali ispirate nella migliore delle ipotesi da obiettivi di politica industriale. Gli ammortizzatori in deroga funzionano esattamente al contrario delle regole “chiare e certe” di cui parlano i Ministri Fitto e Sacconi.

Questo è il momento, invece, di creare un sistema equo, che non discrimini tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B o C. La Regione Emilia Romagna è tra le poche che lo può fare, costituendo un Fondo che integri - e non sostituisca - gli istituti esistenti (Cassa Integrazione, Indennità di Mobilità e di Disoccupazione). Forse si tratterà di offrire sostegno a 20,000 disoccupati in Emilia Romagna nel momento peggiore della crisi. In ogni caso la nostra regione ha l’occasione per sfruttare i fondi offerti dall’Accordo Stato-Regioni per completare lo stato sociale italiano, offrendo un modello di tutela contro la disoccupazione attraverso criteri di erogazione predefiniti, equi ed universalistici: un esempio per tutte le altre regioni italianePer questo pensiamo all’istituzione di FRED: un fondo regionale, che gestisca parte delle risorse dell’Accordo Stato-Regioni, e le diriga con criteri certi e universalistici al sostegno dei disoccupati di questa regione che non godono di alcuna copertura. Sarebbe un fondo complementare, perché integrativo degli istituti di sostegno alla disoccupazione esistenti, ma comunque ispirato al principio assicurativo, per offrire un sussidio a tutti i lavoratori esclusi. La domanda è la stessa di sempre: se non ora, quando?
POLITICA
1 marzo 2009
DEI LAVORATORI E DELL'UGUAGLIANZA DAVANTI ALLA CRISI
 
La crisi economica sta cambiando fase. Finita la stagione dell’ascolto, attraverso i telegiornali, di analisi macroeconomiche che segnalavano il procedere della congiuntura negativa, ora la presenza della crisi è percepita nella maniera più cruda e concreta. Stanno arrivando, infatti, nelle case delle famiglie italiane lettere di licenziamento, lettere in cui si annuncia l'imminente attivazione della cassa integrazione guadagni o la fine di collaborazioni professionali nel giro di pochi giorni.

Questa drammatica realtà toglie ogni senso al dibattito circa l’incidenza o meno di questa crisi sull’economia reale. Nata a Wall Street, questa crisi è ora pienamente nelle case dei tanti Signor Rossi del nostro Paese. E' l'economia reale a pagare il dazio più grande e all'interno dell'economia sono colpiti maggiormente i più esposti ossia i lavoratori. E anche fra loro però non mancano profondissime differenze che forse l'occasione della crisi dovrebbe spingere a sanare, allargando le tutele contro la disoccupazione anche a coloro che oggi non le hanno.

Oggi vi è un universo sempre crescente di lavoratori che è discriminato anche dopo la fine del proprio rapporto di lavoro in base alla tipologia contrattuale. Sono gli atipici (tempi determinati, co.co.pro, interinali), i più fedeli interpreti di quella flessibilità che se non accompagnata da adeguate sicurezze sociali, rischia di trasformarsi in costante precarietà. La flessibilità oggi, ancor prima che una constatazione, è un’esigenza dell’economia fluida. Si pensi che solo fino a qualche anno fa le aziende programmavano gli ordini a due anni, oggi a due mesi. O che le indagini congiunturali dei centri studi che venivano fatte ogni 3/6 mesi, oggi sono sostituite da nuovi strumenti di rivelazione dello stato dell’economia che contemplano un periodo di analisi molto molto minore (ad esempio il termometro giornaliero della crisi introdotto da CNA).

Eppure la flessibilità, anche nella sua versione progressista di flexsecurity, è considerata da larga parte del sindacato come un cedimento al “nemico”. Di flessibilità/precarietà sembra si possa parlare solamente individuando questa come una colpa cui deve venir meno il mondo delle imprese. Ma far finta che non ci sia, o additarla come una colpa, non aiuta a risolvere il problema. Anzi lascia intonsa la flexibility senza costruire la security. Non prendere atto della flessibilità del lavoro come una costante del sistema economico contemporaneo e non lavorare sull’attenuazione dei rischi che comporta, contribuisce ad allargare sempre più la forbice fra la teoria (no alla precarietà) e la pratica (precarizzazione diffusa del lavoro).

I sindacati dovrebbero maggiormente prendere atto del fenomeno, lavorando sulle sue distorsioni e sul sistema di tutele oggi inesistente, senza demonizzarlo, pur favorendo processi di stabilizzazione occupazionale dove possibile. Senza una sempre maggior comprensione di un cambiamento profondo avvenuto (da anni) nel mondo del lavoro, i sindacati rischiano di acuire la crisi di rappresentatività in atto e, cosa ancor più grave, rischiano di lasciare il campo ad un rapporto diretto fra dipendente e padrone, in cui il riconoscimento e l’esigibilità dei diritti è lasciato al “buon cuore” dell’imprenditore. Il rischio è che la responsabilità sociale d’impresa diventi l’unico appiglio per milioni di lavoratori che dovrebbero invece vedere messi al sicuro diritti fondamentali del lavoro attraverso regole certe e inderogabili.
Inoltre la precarietà colpisce le sicurezze anche di chi oggi è protetto da un sistema di ammortizzatori sociali. Prendiamo l’esempio di una catena di montaggio. Nell’operaio tutelato, dipendente a tempo indeterminato, che vede da un giorno all’altro andare via il lavoratore a tempo determinato si insinua un senso di insicurezza, il pensiero che un giorno possa capitare anche a lui e si consolida l’idea di un sindacato che fatica a tutelare la forza lavoro.

E’ necessario quindi, sfruttando l’occasione della crisi, legiferare per dotare i tanti lavoratori precari di tutele oggi inesistenti, provvedendo a una uguaglianza dei lavoratori, resa ancor più urgente dal procedere della crisi.

Prima ancora è indispensabile intervenire su una cultura che, come ricordavo prima, quasi nega l’esistenza di questi soggetti. Un esempio concreto. In diverse città italiane i Sindaci stanno mettendo in campo esenzioni o sconti sulle tariffe dei servizi a favore dei soggetti meno abbienti o già colpiti dagli effetti della crisi economica. Un’azione assai meritoria, quantomeno sul piano simbolico. Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi l’iniziativa si rivolge esclusivamente ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato che hanno perso il lavoro. Gli altri (la maggioranza) come se non esistessero.

E’ ora di superare questa situazione nei fatti discriminatoria di una parte sempre crescente della popolazione attiva. Non è possibile continuare a ragionare di lavoro come se fosse ancora l’Italia del 8/’900, l’Italia delle grandi fabbriche, della dinamica classica fra una imprenditoria conservatrice e una classe operaia omogenea. Oggi non vi è rimasto quasi nulla di quelle dinamiche economiche e di quelle relazioni industriali. Oggi il mondo del lavoro è completamente cambiato, soggetto ad una articolazione assai maggiore, ad una profonda diversificazione delle dinamiche, e ad una pluralità di soggetti assai differenti fra loro.

E’ giunto il momento di accorciare le distanze fra una popolazione di lavoratori garantiti e gli invisibili, oggi fuori da qualsiasi tutela e per questo ancor più soggetti ai rischi connessi alla crisi. Invisibili che sono per lo più giovani, per lo più donne, espressione migliore di quell’economia della conoscenza su cui si dice di voler puntare per il rilancio della competitività. Stiamo parlando di circa 3.000.000 di lavoratori atipici in Itala, la stragrande maggioranza dei quali oggi non può contare su nessuna forma di sostegno al reddito durante i periodi di disoccupazione. Nella sola Emilia-Romagna vi sono 110.000 lavoratori con un rapporto di lavoro a tempo determinato che terminerà nel 2009.

Porre il tema all’ordine del giorno della politica, magari partendo dalle risorse (8 miliardi di euro) stabiliti nell’accordo Stato–Regioni per gli ammortizzatori sociali, vuol dire mettere in campo davvero una politica riformista e ancor più parlare ad una larga fetta di lavoratori che oggi scarseggiano di rappresentanza politica e sindacale.
POLITICA
23 febbraio 2009
NON E' IL TEMPO DI MAESTRINE

 

Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito Democratico. Lo ha eletto una platea ampia di costituenti. Franceschini ha accettato un compito difficilissimo: quello di aggiustare una macchina che perde bulloni, ruote, sospensioni mentre questa è in corsa verso un traguardo molto ravvicinato come le elezioni amministrative ed europee.

Al di là delle buone maniere di tutti nel giorno dopo, Franceschini sa che un risultato negativo (che ad oggi tutti i sondaggi danno per scontato) gli sarebbe attribuito per intero in virtù di questi mesi di segreteria e, ancor più, della collaborazione con Veltroni dell'ultimo anno e mezzo. Dunque non si tratta per lui di approfittare di un momento di vuoto per salire sul carro dei vincitori bensì di mettere le proprie impronte sul volante di una macchina potenzialmente in corsa verso un muro. Questo non può essere però, certo non in questo momento drammatico per il Paese prima che per il PD, motivo per una sequela di giustificazioni. Franceschini deve fare bene o fallirà. Non ci saranno attenuanti, neppure generiche.

Tuttavia perché questo possa essere anche solo tentato c’è la necessità di un atteggiamento diverso da quello che ha caratterizzato la sinistra italiana negli ultimi 15 anni (forse con radici culturali che affondano in un tempo molto più lontano) e che consente oggi a Berlusconi di contare sul pallottoliere il numero di leader che ha abbrustolito. Bisogna evitare che quella di Franceschini sia una leadership solitaria, con gli altri in attesa di stroncarla, ben al riparo dal rischio di responsabilità, magari al chiuso di interessantissimi convegni culturali. No. Non è tempo di maestrine con la penna rossa che giudicano impietosamente il “giovane” allievo occhialuto e chiesaiolo. E’ necessaria una responsabilità collettiva. Certo ci vuole la volontà di Franceschini di preferire il “fare comunità” al predellino in salsa democratica. Ma ci vuole anche una disponibilità culturale ancor prima che politica a finire il gioco “ammazza il leader” sul quale, lo ripeto, il PD non ha concorrenti.

Assunto questo nuovo profilo poi (e stiamo già parlando di qualcosa di rivoluzionario) c’è da intendersi sulle parole. Fare comunità, fare squadra, mettere in campo una classe dirigente con senso comune e obiettivi condivisi, inaugurare la stagione dell’unità è concetto diverso da quello di ammucchiata. Non si tratta di fare infiniti caminetti fra capobastone. Di sottrarre al PD il buon senso e la buona politica attraverso un infinito intreccio di ricatti. Quella è la fine del PD. E visto che sulla capacità di evitare questi riti di sodomia collettiva il gruppo dirigente attuale non ha dato grande garanzia negli anni, la prima cosa che Franceschini deve fare, in modo risoluto e senza dire “così è, se vi pare”, è introdurre innovazione nel gruppo dirigente a partire dalle esperienze positive presenti nei territori. Lo ha chiesto Vasco Errani con forza dal palco della Fiera di Roma sabato, lo ha detto Franceschini nel suo intervento. Ora va fatto. Subito. Se Franceschini saprà fare tutto ciò, ed è davvero tanto, riuscirà a risolvere positivamente il dilemma che nei giorni scorsi poneva Massimo Giannini su Repubblica. Ossia saprà essere il primo dei nuovi e non l’ultimo del vecchi.
POLITICA
19 febbraio 2009
Del PD, di una generazione esaurita, di un'altra pronta.
 
Nel fiume di parole e di commenti che accompagnano, con la solita ritualità, l'annuncio schock delle dimissioni di Walter Veltroni da segretario del PD, è necessario isolare, per non perdersi, il succo del problema. E il problema va un po' oltre Veltroni.

Sì è conclusa ieri la parabola politica di una classe dirigente che ha governato le alterne fortune del centrosinistra negli ultimi 15 anni. Si è spezzato irreversibilmente quel circuito che ha fatto sì che per anni venissero sostituiti leader sconfitti da altri leader che sconfitti lo erano stati solo qualche anno prima, in attesa che quest'ultimi venissero nuovamente sostituiti dai primi dopo un breve periodo catartico. E' finita una certa retorica, subdolamente mai esplicita, che indicava nell'aver fatto il '68 (anagraficamente ancor prima che politicamente) la fonte di ogni legittimazione. E' finito il ciclo naturale di una classe dirigente troppo attenta ad essere dirigente e troppo poco a farsi classe, comunità, a trovare unità su visioni e non su tattiche, sulla voglia di cambiare il mondo e non di trovare "un centro di gravità permanente".

E' finita ieri la parabola di una generazione di politici di sinistra che ha conosciuto il coraggio di mettere in discussione certezze granitiche erose dal tempo e dalla storia per incamminarsi su una strada nuova ma che ora ha il fiato corto, e molti lividi su tutto il corpo che compromettono irrimediabilmente la capacità di mettere in campo un coraggio altrettanto rivoluzionario per interpretare le ragioni della contemporaneità. Una generazione che vive il disagio di una delegittimazione della politica che la rende subalterna alle intromissione di poteri forti, siano essi ecclesiali, economici o sindacali che lucrano su questa debolezza. E' finito il centro-sinistra con il trattino, quello senza, è superata la stagione dell'Ulivo (non certo le sue ragioni nella storia), è finita l'Unione. Sono finite tutte le possibilità sperimentate nella stagione 1989/2009.

E dunque che succede ora?

Succede come quando finisce un amore. O si cambia con decisione con la forza di non girarsi indietro oppure prevale la nostalgia del passato. L'idea che si debba ricominciare il film dall'inizio. Dalla prima scena. E allora la sinistra che guarda al centro e il centro che guarda la sinistra. In uno sguardo lungo, intenso ma oggi terribilmente stanco e improduttivo. Oggi la generazione che è stata ha voglia di riproporre il primo amore, nella logica secondo cui "si stava meglio quando si stava peggio".

Purtroppo non è così. Purtroppo la modernità non perdona nostalgie e semplicismi. La modernità è complessa e articolata e chiede una innovazione e un coraggio inedito. Il coraggio di liberarsi definitivamente dalle risposte del Novecento, dalle eredità socialiste e cattolico democratiche ormai opzioni insufficienti e antistoriche. Il coraggio dunque di non accontentarsi di un partito identitario che fa della preposizione “EX” la sua coperta di Linus sotto cui rifugiarsi nelle difficoltà. Il coraggio di fare un partito grande, popolare. Certamente radicato. Ma radicato nel 2009, non nel 1959. Capace di innovare le forme di una partecipazione ampia e non meno capillare, altrimenti in esaurimento. Un partito agile, con luoghi per discutere e per decidere, non luoghi in cui discutere e altri, molto più angusti, dove decidere. Un partito con la pancia sul territorio. Capace di coglierne i cambiamenti. Perfino i cambiamenti d’umore. Un partito che per fare questo valorizza davvero l’esperienza degli amministratori, di chi si è formato intorno ai problemi delle persone nella loro versione più concreta e impellente e che ha costruito una comune identità non chiedendosi “chi siamo?” ma “come risolviamo insieme questo problema?”.

Un partito che sta davvero, di nuovo dalla parte dei lavoratori e che nel farlo ha la capacità di dire con autorevolezza al sindacato che deve innovarsi e cambiare in modo radicale. Un partito che parli di mobilità sociale, di trasparenza, di equità molto di più di quanto non parli di commissione di vigilanza RAI. Un partito che non impiega anni in discussioni concentriche su PSE sì o PSE no ma capace di riempire di modernità un riformismo europeo frammentato e con poca capacità di innovarsi.
Un partito di giovani, di futuro.

Per fare questo partito è necessario trovare pronta una generazione nuova che lo realizzi. Una generazione che non aspetti le cooptazioni derivanti dal fatto di essere seguaci di un nome proprio di persona fattosi corrente, ma in grado di rischiare tutto, di metterci la faccia, di accompagnare alla pensione chi vuole tornare indietro. Una generazione che, insieme alle idee, mostri la coerenza degli atteggiamenti personali e collettivi. Una generazione che non pensi a taumaturgiche leadership solitarie ed emotive, ma punti a fare rete, a fare insieme.

La generazione di un nuovo coraggio.
Un coraggio che nessuno può dare. Si deve avere.

E noi, modestamente, lo abbiamo.

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permalink | inviato da demopazzia il 19/2/2009 alle 14:50 | Versione per la stampa
POLITICA
15 gennaio 2009
Questione di visione


di Luca Rizzo Nervo*


Si avverte, e ancor più lo avvertiamo noi trentenni, che viviamo una stagione in cui col voto i cittadini affidano una speranza che va ben oltre l’ordinaria amministrazione, con un’aspettativa di cambiamento profondo in grado di mutare lo status quo. Come ricorda Gilberto Capano nell’editoriale di domenica scorsa, c’è quasi una “tensione taumaturgica”. E dunque conveniamo con lui che “non possiamo permetterci di indulgere nel semplice cavalcare le speranze” del nostro elettorato e della città intera. E’ per questo che anzitutto rivendichiamo i successi ottenuti dalla nostra politica. Ad esempio, l’allargamento dell’offerta sull’accesso ai nidi e il fondo per la non autosufficienza, che cambiano in positivo la quotidianità delle famiglie. Ma dobbiamo fare altro, adesso. E a noi, ancor di più come trentenni, spetta il compito di proporre una visione. Lo strumento giusto c’è già, lo stiamo costruendo noi del Pd: è il nostro partito. Il quale fin dalla sua fondazione si è posto l’obiettivo di costruire una “visione” larga e condivisa, aperta alle istanze, ai luoghi e alle persone presenti nella società civile. Sì, costruire una visione. Perché - ne siamo perfettamente consapevoli - solo così si può andare oltre le eredità e costruire una forza politica in cui i bolognesi possano, come invoca Capano, “identificarsi con passione riconoscendosi come collettività”. Per farlo, serve anzitutto una nuova retorica interpretata da leader capaci di tradurre un’insoddisfazione in una azione. Quella “retorica del Nuovo Millennio” di cui Barack Obama è il primo interprete universalmente riconosciuto.

I leader, però, non sono mai soli. E in una realtà come quella bolognese è una ricchezza che altrove pochi hanno: nessuno qui reclama una leadership emotiva, solitaria, miracolosa Sebbene anche qui negli anni è cresciuta quella disaffezione che porta alcuni bolognesi alla finestra a dire “vediamo cos’è capace di fare questo”, è ancora forte la consapevolezza che tra il dire e il fare è inevitabile ci sia di mezzo il mare. Ma se ai tempi del Pci l’accondiscendenza per la forbice che sempre si crea tra promesse e realizzazioni traeva giustificazione in una visione dalla portata, letteralmente, rivoluzionaria, oggi quella visione non c’è più. Sta a noi costruirla, a partire dalla certezza che distingue noi dalla destra berlusconiana: noi quel mare abbiamo il coraggio di attraversarlo. Ascoltando, condividendo, costruendo con questa città.Per questo la nostra promessa è solo all’apparenza riduttiva: faremo tutto il possibile per gestire nel migliore dei modi i conflitti che la Bologna città globale del 2009 ci porrà. Perché, da qui alle elezioni, avremo costruito una visione della città. E il rischio che si allarghi la forbice fra il detto e il fatto sarà definitivamente superato. Per farlo sono necessarie parole e fatti chiari, dove la complessità viene risolta nella scelta e non nella genericità e nell’ambiguità

*responsabile Enti Locali PD Bologna



Pubblicato sul Corriere della Sera ed. Bologna
il 14 gennaio 2009


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